La Storia di Capena - Il Rinascimento.

Un aumento demografico dovette conseguire a più serene condizioni del vivere civile ed al risollevarsi del Monastero di San Paolo da uno stato di profonda decadenza, dopo che il cardinale veneziano Gabriele Condulmer (futuro papa Eugenio IV), incaricato nel 1425 da Martino V di riformare l'abbazia benedettina della via Ostiense, ne ebbe decretato l'unione con la Congregazione Cassinese: ciò significò un completo rinnovamento del personale monastico, con probabili ripercussioni anche sulla gestione dei feudi. Nel 1486, durante la guerra tra Innocenzo VIII e Ferdinando re di Napoli, Leprignano si arrese senza combattere ad Alfonso d'Aragona, duca di Calabria e figlio di Ferdinando. Circa un secolo dopo, il castello di Leprignano venne occupato da Alfonso Piccolomini, che in tale circostanza ricevette aiuti dagli Orsini, signori di Morlupo. A partire almeno dal XVI secolo, l'abate di San Paolo acquistò sui castelli, dei quali era già signore temporale, anche la giurisdizione spirituale: essi divennero così nullius dioecesis, cioè "di nessuna diocesi", in quanto, dipendendo anche ecclesiasticamente dall'abate di San Paolo, non erano soggetti ad un vescovo, nè quindi, rientravano in una diocesi; in precedenza Leprignano era stata sino almeno alla metà del '400 soggetta al potere in spiritualibus del vescovo di Nepi, sotto la cui amministrazione apostolica tornò nel 1942.
Dopo la perdita di Riano nel 1531 e di Ponzano e Sant'Oreste nel 1546, il potere temporale dell'abate di San Paolo si ridusse ai minimi termini, venendo ad esercitarsi solo sui tre feudi di Nazzano, Civitella e Leprignano. L'abate di San Paolo nominava per ciascuno dei castelli che gli era soggetto un vicario od un governatore, che vi amministrava la giustizia civile e penale; vi era poi, anch'esso scelto dal Monastero, un luogotenente, poi detto uditore baronale , che aveva potere su tutte le terre dello Stato di San Paolo e costituiva un superiore gerarchico dei governatori. Gli organi deliberanti della Comunità erano costituiti dal Consiglio Generale, cui avevano diritto di partecipare tuti i maschi capifamiglia, e del Consiglio dei Trenta, del quale facevano parte i notabili del luogo e che aveva la competenza per materie di minore importanza. La giunta municipale era formata da un collegio di tre persone, i priori, sino alla prima metà del '600, detti massari, ed era organo prevalentemente esecutivo. Sorta nella seconda metà del '500 una controversia tra Comunità e Monastero in merito ai castelli diruiti di Castiglione, Vaccareccia e Scorano, sui cui territori i Leprignanesi pretendevano di aver usucapito un diritto di colonia perpetua, e fallito un tentativo di composizione arbitrale della lite, tre successive decisioni rotali emesse nell'ultimo decennio del '500, diedero torto ai Leprignanesi. Dopo prolungate trattative, Comunità e Monastero addivennero ad una transizione, la Concordia stipulata il 23 dicembre 1617, con la quale il Monastero locò in perpetuo ai Leprignanesi i territori dei castelli diruiti di Castiglione, Vaccareccia e Scorano, nonchè di Civitucola fino al fosso di San Martino, con l'onere della corresponsione annua della quinta parte dei frutti del Monastero stesso; vennero inoltre locati in perpetuo i possedimenti del Monastero all'interno del territorio originario di Leprignano, con l'onere della corresponsione annua della sesta parte dei frutti. I Leprignanesi si addossavano, inoltre, tutta una serie di corvèes a beneficio dei monaci. La Concordia del 1617, giunta dopo oltre un quarantennio di contrasti, non valse a sopire del tutto le controversie, che anzi, si riaccesero, ora per l'uno ora per l'altro motivo, sino alla fine del potere temporale pontificio. Il Monastero, peraltro, soleva dare in affitto le rendite dei feudi, garantendosi così un reddito sicuro e scaricando sull'affittuario l'alea della percezione dei canoni dagli insubordinati vassalli: nel 1783, ad esempio, il Monastero affittò le rendite di tutti i suoi feudi a Francesco Garzia e Giovanni Francesco Senepa, quindi, agli inizi dell'800, al romano Carlo Cola e, a pertire dal 1832, ai fratelli Bassanelli di Rignano.

